Cap. 17 – Malessere

Il dolore fisico altera le capacità cognitiva, affettiva, linguistica. Tutto l’intelletto si concentra nel punto di origine del dolore. Si prodiga a contare il numero delle pulsazioni e ne perde il conto. Altera la percezione amplificando gli effetti del sintomo. Confonde i suoni esterni in un unico disturbo soffuso. Intreccia pensieri sconnessi nel tentativo di deconcentrarsi dal malessere. Individua gli altri esseri umani come propagazione tumorale del disturbo. Il dolore fisico è ovviamente devastante. Eppure difficilmente, in questo paese che ospita la Santa Sede, sarà possibile ottenere una terapia antidolorifica. Il dolore è via di espiazione della colpa. Chi vi si oppone non è adulto, ma ristagna in acquitrini d’infante memoria. È femmina capricciosa. Essere privo di coraggio.

L’ora delle visite è giunta. La stanza dove sono ricoverata si riempie di parenti della mia coinquilina. Undici per l’esattezza. Genitori, marito, figli, nipoti e sorelle. Ovviamente sforano l’orario di visita (di ben tre ore). Per quattro volte chiedo a tutti di uscire per recarmi in bagno trascinando clistere, drenaggio e flebo. Rifiuto aiuto e pertanto sono già condannata a miserabile misantropia. Mi lamento per il dolore quando giunge con fitte improvvise. Grido anche, mentre il brusìo nella stanza non cessa e non posso dormire per dimenticare il dolore. Mi altero. Dal momento che gli infermieri non obbligano i visitatori a rispettare l’orario, mi ergo a paladina della giustizia di me stessa. Chiedo a tutti di andarsene, di rispettare la stanza del dolore che sembra diventata il palcoscenico di un teatro durante la rappresentazione di una commedia. Il mio “merda” troneggia sul brusìo. Con disprezzo mi esortano a non usare tale parola che non riescono a nominare. Mi danno della cafona e finalmente vanno via. Dormo male tutta la notte. All’alba giunge la prima nipote della mia coinquilina. Porta del tè speziato al gelsomino, rinfrescante e ancora caldo, accompagnato da tazza decorata a mano e cucchiaino in argento. La mia compagna di stanza pare apprezzare. Poi la prima nipote va via e viene soppiantata dalla seconda. Questa ha portato creme e tonificanti speciali per il viso. Li apre uno dopo l’altro per farne sentire gli odori alla malata. Ne spiega accuratamente le proprietà. Ma stavolta la mia cara compagna di stanza non apprezza. Non vuole alcuna crema profumata. Prima di andare via ed essere sostituita dalla sorella della malata, una matrona d’altri tempi, la nipote racconta storie che avrebbero dovuto essere divertenti, ma per le quali nessuno ha riso. Del resto la mia compagna di stanza ha un carcinoma all’utero appena diagnosticato. La matrona ha portato molte cose, persino una sdraio pieghevole e un fornelletto antizanzare, come fossimo al campeggio. Dopo avere riposto tutto con cura, si siede e comincia a leggere ad alta voce un passo della bibbia. Poi i medici di turno interrompono il racconto. La malata chiede di essere liberata dal catetere. I medici le rifiutano la richiesta. Quando escono dalla stanza, la mia cara compagna di malessere comincia a gridare ripetutamente la parola innominabile e ne aggiunge anche delle altre più colorite. Penso che questa donna sia finalmente esplosa. La sorella si volta a cercare sul mio viso un sorriso di scherno per quei “merda”, ma vi trova soltanto comprensione. La malata chiede che non venga più nessuno a trovarla, afferma che vuole intimità e silenzio. È la vittoria dei debilitati sui sani. Mi scuso per l’arroganza del giorno precedente additando come causa il dolore insopportabile. La sorella mi sorride con affetto. L’umanità, denudata dal malessere che ci rende tutti uguali, esce allo scoperto in una stanza d’ospedale.

Giunge nuovamente l’orario delle visite. I parenti ignorano io abbia chiesto scusa. Pertanto resto una cafona e non mi salutano. Invadono la stanza e anche il corridoio antistante. Sono ancora più numerosi del giorno precedente. Un’infermiera che non avevo mai visto mi guarda e mi dice che ci siamo capite. Io posso solo intuire che anche lei trovi eccessivo quel gran numero di parenti. Poiché il dolore non mi è più insopportabile, sopporto la mandria che mi rumina intorno. Il giorno dopo mi portano i documenti per le dimissioni. Preparo le mie cose sotto gli occhi dei parenti. Dal momento che sono misantropa, devo essere anche ladra, per cui la madre della mia compagna di stanza chiede alla nipote di tenere sotto controllo le apparecchiature elettroniche. Ecco, la disumana tristezza si ricompatta nella medesima stanza. Finito di ordinare le mie valigie, prendo alcune cose che non mi servono più e le adagio sul comodino della compagna di stanza. Le bacio una guancia. La saluto con tenerezza. Esco e richiudo la porta. Penso che ho condiviso momenti di profonda intimità con questa donna che, probabilmente, non rivedrò più. Mi dirigo all’aria aperta e respiro profondamente alzando lo sguardo al cielo, come mi stessi riappropriando della libertà perduta. Della mia intimità perduta, che riporto con sollievo a casa.

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