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	<title>Raffaella Piccolo &#187; Riflessioni</title>
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		<title>Cap. 17 &#8211; Malessere</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2015 15:13:37 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il dolore fisico altera le capacità cognitiva, affettiva, linguistica. Tutto l&#8217;intelletto si concentra nel punto di origine del dolore. Si prodiga a contare il numero delle pulsazioni e ne perde il conto. Altera la percezione amplificando gli effetti del sintomo. Confonde i suoni esterni in un unico disturbo soffuso. Intreccia pensieri sconnessi nel tentativo di deconcentrarsi dal malessere. Individua gli altri esseri umani come propagazione tumorale del disturbo. Il dolore fisico è ovviamente devastante. Eppure difficilmente, in questo paese che ospita la Santa Sede, sarà possibile ottenere una terapia antidolorifica. Il dolore è via di espiazione della colpa. Chi vi si oppone non è adulto, ma ristagna in acquitrini d&#8217;infante memoria. È femmina capricciosa. Essere privo di coraggio.<span id="more-787"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ora delle visite è giunta. La stanza dove sono ricoverata si riempie di parenti della mia coinquilina. Undici per l&#8217;esattezza. Genitori, marito, figli, nipoti e sorelle. Ovviamente sforano l&#8217;orario di visita (di ben tre ore). Per quattro volte chiedo a tutti di uscire per recarmi in bagno trascinando clistere, drenaggio e flebo. Rifiuto aiuto e pertanto sono già condannata a miserabile misantropia. Mi lamento per il dolore quando giunge con fitte improvvise. Grido anche, mentre il brusìo nella stanza non cessa e non posso dormire per dimenticare il dolore. Mi altero. Dal momento che gli infermieri non obbligano i visitatori a rispettare l&#8217;orario, mi ergo a paladina della giustizia di me stessa. Chiedo a tutti di andarsene, di rispettare la stanza del dolore che sembra diventata il palcoscenico di un teatro durante la rappresentazione di una commedia. Il mio &#8220;merda&#8221; troneggia sul brusìo. Con disprezzo mi esortano a non usare tale parola che non riescono a nominare. Mi danno della cafona e finalmente vanno via. Dormo male tutta la notte. All&#8217;alba giunge la prima nipote della mia coinquilina. Porta del tè speziato al gelsomino, rinfrescante e ancora caldo, accompagnato da tazza decorata a mano e cucchiaino in argento. La mia compagna di stanza pare apprezzare. Poi la prima nipote va via e viene soppiantata dalla seconda. Questa ha portato creme e tonificanti speciali per il viso. Li apre uno dopo l&#8217;altro per farne sentire gli odori alla malata. Ne spiega accuratamente le proprietà. Ma stavolta la mia cara compagna di stanza non apprezza. Non vuole alcuna crema profumata. Prima di andare via ed essere sostituita dalla sorella della malata, una matrona d&#8217;altri tempi, la nipote racconta storie che avrebbero dovuto essere divertenti, ma per le quali nessuno ha riso. Del resto la mia compagna di stanza ha un carcinoma all&#8217;utero appena diagnosticato. La matrona ha portato molte cose, persino una sdraio pieghevole e un fornelletto antizanzare, come fossimo al campeggio. Dopo avere riposto tutto con cura, si siede e comincia a leggere ad alta voce un passo della bibbia. Poi i medici di turno interrompono il racconto. La malata chiede di essere liberata dal catetere. I medici le rifiutano la richiesta. Quando escono dalla stanza, la mia cara compagna di malessere comincia a gridare ripetutamente la parola innominabile e ne aggiunge anche delle altre più colorite. Penso che questa donna sia finalmente esplosa. La sorella si volta a cercare sul mio viso un sorriso di scherno per quei &#8220;merda&#8221;, ma vi trova soltanto comprensione. La malata chiede che non venga più nessuno a trovarla, afferma che vuole intimità e silenzio. È la vittoria dei debilitati sui sani. Mi scuso per l&#8217;arroganza del giorno precedente additando come causa il dolore insopportabile. La sorella mi sorride con affetto. L&#8217;umanità, denudata dal malessere che ci rende tutti uguali, esce allo scoperto in una stanza d&#8217;ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunge nuovamente l&#8217;orario delle visite. I parenti ignorano io abbia chiesto scusa. Pertanto resto una cafona e non mi salutano. Invadono la stanza e anche il corridoio antistante. Sono ancora più numerosi del giorno precedente. Un&#8217;infermiera che non avevo mai visto mi guarda e mi dice che ci siamo capite. Io posso solo intuire che anche lei trovi eccessivo quel gran numero di parenti. Poiché il dolore non mi è più insopportabile, sopporto la mandria che mi rumina intorno. Il giorno dopo mi portano i documenti per le dimissioni. Preparo le mie cose sotto gli occhi dei parenti. Dal momento che sono misantropa, devo essere anche ladra, per cui la madre della mia compagna di stanza chiede alla nipote di tenere sotto controllo le apparecchiature elettroniche. Ecco, la disumana tristezza si ricompatta nella medesima stanza. Finito di ordinare le mie valigie, prendo alcune cose che non mi servono più e le adagio sul comodino della compagna di stanza. Le bacio una guancia. La saluto con tenerezza. Esco e richiudo la porta. Penso che ho condiviso momenti di profonda intimità con questa donna che, probabilmente, non rivedrò più. Mi dirigo all&#8217;aria aperta e respiro profondamente alzando lo sguardo al cielo, come mi stessi riappropriando della libertà perduta. Della mia intimità perduta, che riporto con sollievo a casa.</p>
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		<title>Cap 13. Surrogati</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2015 18:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Apparecchi elettronici, surrogati di vita reale, risucchiano tempo in spazi virtuali, dilatano amicizie fittizie, gratificano dissociati cronici, contraggono il linguaggio e quindi mortificano il pensiero e gli stati d&#8217;animo, favoriscono travisazioni e nuovi drammi, scarnificano l&#8217;essere umano, anche il più accorto, svuotando di contenuto la forma e fanno del sé un io pubblico che non ha più intimità, un io [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Apparecchi elettronici, surrogati di vita reale, risucchiano tempo in spazi virtuali, dilatano amicizie fittizie, gratificano dissociati cronici, contraggono il linguaggio e quindi mortificano il pensiero e gli stati d&#8217;animo, favoriscono travisazioni e nuovi drammi, scarnificano l&#8217;essere umano, anche il più accorto, svuotando di contenuto la forma e fanno del sé un io pubblico che non ha più intimità, un io fittizio che non ricorda più di essere la voce nel silenzio, quella coscienza in divenire che nella forma muore.<span id="more-783"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il virtuale richiede messaggi brevi per una fruizione fluida del flusso di informazioni, visualizzate a cascata solo con le anteprime delle notizie, che diventano così la notizia stessa, ridotta al titolo accompagnato dall&#8217;immagine cui assegnare il proprio gradimento. Pensieri brevi. Azioni brevi. Toccata e fuga dalla realtà. Dopo lo slow food, giunga la slow life!</p>
<p style="text-align: justify;">Vedo trascrivere aforismi, citazioni, proverbi, sutra, motti, epifonemi, epifrasi e chi più breve trovi un pensiero più in fretta lo condivida. Spesso menzogne trascritte per stupire. E vedo che alle parole si dà più importanza che alle azioni. Che questi neo-scribi ed i loro lettori ad elevato gradimento possano mangiare le idee che riportano. Che possano farle proprie!</p>
<p style="text-align: justify;">Mia figlia si è persa nella vita virtuale che le dà quelle gratificazioni che la vita reale non le ha permesso, chiusa com&#8217;è in casa e dissociata a scuola. Vive emozioni intense per piccole cose, esagera le reazioni a queste emozioni, intraprende relazioni d&#8217;amicizia lontane. Non ha desiderio di sapere, di leggere, studiare. Le basta quel piccolo mondo che ha costruito in spazi interstiziali. La dissociazione è prodotta dalla sua immaturità culturale per l&#8217;età che ha. I compagni la considerano una bambina, ma come loro ha gli ormoni che le esplodono in corpo. Anela ad amare, a morire, ad affermarsi. Nel turbine di queste emozioni, si chiude a riccio. Mi dispiace per lei. So che potrei aiutarla. So come potrei aiutarla, in modo non invasivo, invisibile. Ma il mio aiuto non le sarebbe da spinta ad una autonomia maggiore. Attendo che l&#8217;anno scolastico si concluda. Le offro l&#8217;opportunità di nuove attività che possano portarle amicizie reali nuove. Ma il metodo di studio che rifiuta, come rifiuta la scuola, è qualcosa che non posso imporre senza che desideri acquisirlo. Attendo. E la osservo. Controllo che non faccia azioni azzardate. Di più non posso fare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mia madre mi controlla. È terribilmente invasiva. A volte mi alza le mani. Vorrebbe io studiassi, che fossi ordinata, che uscissi all&#8217;aria aperta, che avessi amici reali. Come se i miei amici su facebook non fossero reali! Con una mia amica “virtuale” ci siamo incontrate a Roma e ci siamo amate subito. Abbiamo gli stessi interessi, ci capiamo. Mentre gli amici reali, ovvero i miei compagni di scuola, non sono interessanti. Si credono già adulti e saputelli, fanno i duri con i deboli, si vantano di quello che possiedono e non si accorgono di non possedere il cervello. Io sono diversa. Non ho alcuna intenzione di contrastare l’autorità, quella scolastica, si intende. Perché quella materna diventa ogni giorno più opprimente. Sono diversa perché il mio mondo non è fatto di oggetti materiali, ma di visioni immaginarie. A me piace disegnare e inventare storie. Dicono che sono immatura. Che sono ancora una bambina non adatta al liceo. Come se la maturità, la coscienza, giungesse ad una precisa età e soprattutto fosse voluta. Posso anche volerla, ma mi sta bene non averla. Se la maturità sottintende che devo vestirmi con gonne e truccarmi, che devo parlare di uomini o di cronaca e politica, preferisco rifugiarmi nel mio mondo che dicono “infantile” e che invece è ricco di poesia, mentre il loro è materialista, crudo e sporco. Ho solo tredici anni, ma non sono più una bambina. Credo che a scuola, come a casa, avrebbero dovuto rispettare i miei tempi lenti. Avrebbero dovuto cullarmi ancora un po’ di più. Invece, esigono quotidianamente un’attenzione e un impegno che non sono pronta a dare. Avrei voluto dei professori più attenti all’educazione, più genitori che insegnanti, perché la scuola, secondo il mio modesto parere, dovrebbe parlare della vita che ci circonda e prepararci ad affrontarla e conquistarla. E avrei voluto dei genitori più impegnati nel fare rispettare le regole che formulano, meno inclini ai rimproveri e più presenti nella condivisione terrificante dei compiti per casa. In fondo, questa scuola compitificio è un lascito che non abbiamo creato noi. È opera loro. Non credo sia normale che io debba andare a scuola tutta la mattina e poi passare tutto il pomeriggio chiusa nella mia stanza a svolgere compiti fino all’ora di cena. Quando avrei avuto il tempo di fare le cose che mi interessano, se non me lo fossi preso con la prepotenza? Io le voglio bene, dico a mia madre. Ma vorrei non mi costringesse, a volte persino con la violenza, a fare cose che detesto soltanto perché lei crede siano importanti, come uscire per andare al mare e prendere sole, così che il mio corpo possa sintetizzare la vitamina D. Cosa può importarmi della vitamina D? Il mio corpo sta bene. Non mi sono mai ammalata, pur amando restare chiusa in casa. Mi racconta della sua infanzia vissuta per strada con altri bambini a inventare giochi con pietre, corde e gessetti. Dimentica che per strada mi hanno falciato una gamba, ormai guarita, e che comunque per strada non gioca più nessuno, dal momento che le strade sono sporche, assolate e tristi. Gli adulti utilizzano il mondo virtuale in modo diverso da come lo utilizzano i miei coetanei. Inventano vite parallele nelle quali sono forti, felici, belli, soddisfatti. Evadono dalla realtà che non li soddisfa. Cercano i loro amici di infanzia. Sono malinconici. Patetici per lo più. Io nel virtuale gioco come faceva lei coi gessetti e le corde. Conosco altre persone, ma veramente. Ci confrontiamo come fossimo nello stesso spazio reale. Ci arrabbiamo, litighiamo, ci amiamo, scherziamo, esattamente come faceva lei davanti alla tv coi suoi amici reali. Reali, si intende, come lo sono i miei, che hanno nomi, facce, sentimenti e idee. E che a volte mi va di incontrare. </em></p>
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		<title>Stati digitali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 15:48:06 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Vedo trascrivere aforismi, citazioni, proverbi, sutra, motti, epifonemi, epifrasi e chi più breve trovi un pensiero più in fretta lo condivida. Spesso menzogne trascritte per stupire. E vedo che alle parole si dà più importanza che alle azioni. Che questi neo-scribi ed i loro lettori ad elevato gradimento possano mangiare le idee che riportano. Che possano farle proprie!</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D667&amp;linkname=Stati%20digitali" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D667&amp;linkname=Stati%20digitali" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D667&amp;linkname=Stati%20digitali" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Surrogati</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2015 19:50:37 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Apparecchi elettronici, surrogati di vita reale, risucchiano tempo in spazi virtuali, dilatano amicizie fittizie, gratificano dissociati cronici, contraggono il linguaggio e quindi mortificano il pensiero e gli stati d&#8217;animo, favoriscono travisazioni e nuovi drammi, scarnificano l&#8217;essere umano, anche il più accorto, svuotando di contenuto la forma e fanno del sé un io pubblico che non ha più intimità, un io fittizio che non ricorda più di essere la voce nel silenzio, quella c<span class="text_exposed_show">oscienza in divenire che nella forma muore.<br />
Il virtuale richiede messaggi brevi per una fruizione fluida del flusso di informazioni, visualizzate a cascata solo con le anteprime delle notizie, che diventano così la notizia stessa, ridotta al titolo accompagnato dall&#8217;immagine cui assegnare il proprio gradimento. Pensieri brevi. Azioni brevi. Toccata e fuga dalla realtà. Dopo lo slow food, giunga la slow life.</span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D669&amp;linkname=Surrogati" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D669&amp;linkname=Surrogati" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.raffaellapiccolo.it%2F%3Fp%3D669&amp;linkname=Surrogati" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.raffaellapiccolo.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a></p>]]></content:encoded>
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